La storia di due coniugi che, al termine della loro vita, “tradiscono” la formula matrimoniale che li ha uniti in gioventù: “Nella buona e nella cattiva sorte finchè morte non vi separi”.
Il film di Michael Haneke, vincitore della Palma d’oro alla sessantacinquesima edizione al Festival di Cannes, la seconda consecutiva a tre anni di distanza da quella per Das weisse band, ad un primo sguardo (quello più superficiale), può apparire come un film semplice e lineare nella sua incontrovertibile struttura narrativa. In realtà, nonostante una maggiore mobilità della macchina da presa rispetto ai film precedenti, il film mantiene quel rigore geometrico, quello sguardo distaccato e freddo (ma non per questo meno partecipe), quella fissità del piano-sequenza che contraddistinguono da sempre il cinema dell’autore austriaco.