L’esotismo è una pura illusione, la schiavitù svela l’ipocrisia dell’uomo occidentale, eterno colono

Velluto neroè immerso in un’atmosfera rarefatta e intangibile, in cui ogni suono diventa componente organica della messa in scena: il rumore del vento che soffia inesausto nel deserto contribuisce ad aumentare il senso di orrore verso ciò che viene mostrato, mentre lo sciacquio dell’acqua del Nilo “culla” i personaggi e li accompagna verso la loro nemesi. La fotografia sporca intrisa di giallo ocra, di Gastone Di Giovanni contribuisce alla rappresentazione di un mondo polveroso e decadente, in netta contrapposizione con la lussurreggiante bellezza dei templi dell’antico Egitto mentre, l’indimenticabile, colonna sonora di Dario Baldan Bembo, restituisce al tutto uno straniante senso epico, volto a consegnare questo gruppo di borghesi-fantasmi ad un passato e ad un presente senza tempo e senza gloria.

Crystal (Nieves Navarro, alias Susan Scott), donna divorziata vive con la figlia Magda (Zigi Zanger)nella dorata dimora di Hal Burns (Fedodor Chialiapin), invecchiato e logoro divo del muto. Nell’affascinante quadro egiziano di Assuan giungono come ospiti la fotomodella di colore Emanuelle (Laura Gemser), il fotografo Carlo (Gabriele Tinti)e, qualche giorno più tardi, Laure(Annie Belle),altra figlia di Crystal che abitualmente risiede a Londra con il padre. Tutto il gruppo sembra sotto l’influsso di Antonio(Pier Luigi Conti, alias Al Cliver), una sorta di hippy, amante di Crystal quando non è impegnato a esorcizzare gli amici europei o i nomadi della zona. Tuttavia, indipendente oltre che affascinante, la giovanissima Laure rompe tutte le catene con il suo comportamento e con staccate dichiarazioni. Emanuelle viene staccata da Carlo che l’ha schiavizzata e da Antonio che l’ha ipnotizzata; Magda, solita donarsi a tutti e anche ai passanti, viene avviata ad amori solitari; Hal viene pressoché rinchiuso nella tomba che si merita. Laure è riuscita anche a staccare la madre da Antonio ma, quando assiste alla ridicola messa in scena di un suicidio dall’alto del tempio di Abu Simbel rinuncia alla conquista del santone-hippy, del resto già riuscita, per lasciarlo alla madre; e se ne va delusa.

Velluto nerosi apre con il montaggio parallelo che mostra un servitore che sale verso un tempio con una rosa rossa posta su un cuscino nero e il risveglio di Crystal che viene servita dalle sue ancelle. In questi pochi fotogrammi, si concentra gran parte del significante del film: l’esotismo è una pura illusione, e la schiavitù è l’elemento attraverso cui svelare l’ipocrisia dell’uomo occidentale, eterno colono, incapace di assorbire e metabolizzare le altre culture poiché animato dalla presunzione e dalla paura, e pertanto, destinato, inconsciamente, ad uscire sempre sconfitto. Crystal e Magda impartiscono ordini ad Alì; madre e figlia, richiedono all’uomo ogni tipo di premura ed attenzione, per poi rendersi conto di quanto invece siano loro stesse ad aver bisogno di Alì come elemento attraverso cui lenire il loro dolore e la loro solitudine.

Brunello Rondi ritualizza questo concetto, attraverso una serie di scene che mostrano l’azione del servo tramutarsi in desiderio sessuale (e non sentimentale) da parte delle donne. A tal proposito è emblematica la scena tra le rocce, in cui Magda provoca un attonito Alì (a cui poco prima ha detto: “Ricordati sempre che tu sei il mio schiavo Alì”), mostrando in maniera giocosa il proprio pube ed invitando l’arabo ad una ridicola litania in cui dice: “Questa non è per me…non è per me, questa non è per me…”, per poi richiedere con desiderio impulsivo e patologico, il suo corpo per soddisfare la propria ninfomania. Il “cancro dell’umanità”, evocato dalla Sontag, prende forma in Velluto nero, attraverso la rappresentazione patologica dei personaggi: Crystal è ammalata di solitudine, Magda è una ninfomane, Carlo è un voyeur violento e infantile, Emanuelle è una vittima consapevole che ha trasformato il proprio corpo in merce, mentra Hal è un pederasta pedofilo e attore fallito.

Il gruppo si muove alle dipendenze di Antonio, un presunto santone, che snocciola profezie apocalittiche e ridicole: un ciarlatano divenuto tale per farsi mantenere da Crystal e Magda; un giovane che alle proprie ambizioni antepone il benessere come forma di omaggio dovutagli dagli altri; a lui che, furbescamente, manipola questi burattini a suo piacimento. L’arrivo di Laure, sconvolge questa rappresentazione decadente e nichilista degli esseri umani: ella è pasolinianamente, l’angelo biondo, venuto per risvegliare questo gruppo di borghesi in vacanza (dalla vita) attraverso l’intromissione della realtà nel sogno. Una donna “vera” come più volte viene chiamata, l’unica che lavora (in una scena la vediamo fare l’archeologa), l’unica che abbia consapevolezza e responsabilità del proprio essere donna e pertanto l’elemento manipolatore in grado di portare il resto degli individui alla consapevolezza di ciò che sono diventati e forse sono sempre stati; non a caso Carlo nel finale del film, mentre Laure si allontana, afferma: “Ora sappiamo chi ha perso”.

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di Fabrizio Fogliato