Tag

Brunello Rondi

Browsing

VELLUTO NERO (1976) di Brunello Rondi – Quinta parte

Il suicidio d’autore si compie: il finale del film tra Pier Paolo Pasolini e Joe D’Amato

Prima del finale ad Abu Simbel c’è un passaggio cruciale nell’economia del film, quello della consapevolezza e della presa di coscienza da parte del gruppo di borghesi. Durante la festa a casa di Hal, una messa in scena rituale operata da Antonio tramite il simulacro di un’ipnosi è volta a svelare la vera natura di questi uomini e queste donne. Crystal afferma: “Non c’è un meglio  un peggio in noi. È solo noia, infinita, incommensurabile, eterna noia”, poi sembra correggersi, ma, di fronte all’evidenza, è costretta ad ammettere la dura realtà: “Scusate, non volevo dire questo…però è la verità”. Subito dopo è la figlia Magda e dire: “Non ho ancora vent’anni e già puzzo di cadavere”, mentre Carlo non pronuncia parola ma in un raptus improvviso distrugge la sua macchina fotografica (e quindi se stesso). Infine tocca ad Hal che, prima viene incalzato da Crystal: “Tu non sei neanche un pederasta. Sei la mummia di un pederasta”, e poi è costretto ad ammettere la sua nullità, il suo fallimento come attore e come uomo. Emanuelle, invece, sotto l’effetto dell’ipnosi, esprime tutta la sua natura selvaggia e ancestrale: uccide un agnello, ne beve il sangue e, dopo essersi spogliata e abbandonata al delirio, vorrebbe ardersi viva – viene fermata in tempo dal resto del gruppo.

VELLUTO NERO (1976) di Brunello Rondi – Quarta parte

L’isola dei morti: un immagine onirica che deve produrre un tale silenzio che il solo bussare alla porta dovrebbe fare paura

La sequenza successiva rimanda all’altra componente del film – quella proveniente da Laure– il film diretto da Anonimo (come scritto sui titoli di testa, in realtà girato da Roberto D’Ettore Piazzoli, dopo l’abbandono di Emanuelle Arsan) di cui in Velluto neroritroviamo l’eroina: Laure/Annie Belle. In compagnia di Emanuelle, le due donne assaporano un attimo di felicità immergendosi nella realtà del suk, assaporandone gli aromi dell’incenso di zenzero, mentre alle immagini di vita quotidiana si sovrappone una voice-offche ne celebra la bellezza e la mancanza; poi, le due donne terminano la loro breve fuga visitando un bordello in cui, proima sono spettatrici di un amplesso saffico e poi si abbandonano loro stesse all’amore lesbico. Brunello Rondi, restituisce a questa scena un tocco di poetico lirismo (altrimenti sconosciuto al resto del film), consacrandola non solo a momento liberatorio ma anche a rappresentazione metaforica dell’amore tra popoli: la donna bianca e quella nera si stringono in un coito struggente che è sinonimo sia della libertà sessuale che di una possibile globalizzazione dei corpi. Per quanto improbabile e velleitario, il tentativo rondiano, non risulta mai ridicolo e riesce a mantenere un’ambiguità di fondo che non lascia indifferenti. Il proseguire del film è concentrato sullo svelamento, da parte di Laure, dell’ipocrisia e della prosopopea del gruppo di borghesi: inadatti a vivere la realtà e pertanto immersi nel delirio distruttivo del sogno.

VELLUTO NERO (1976) di Brunello Rondi – Terza parte

Il sogno, l’estremo e gli occhi dello spettatore: il colonialismo dell’immagine

Carlo ed Emanuelle, il fotografo e la modella sono sintesi metaforica della società delle immagini, spinta sempre più all’infrangimento delle barriere dell’etica e del buongusto. Se Emanuelle, si presenta gettando i propri gioielli ai bambini che la rincorrono nel deserto – Carlo afferma, sprezzante: “Ha il complesso del denaro. Se non la sorvegliassi farebbe a pezzi il suo vestito per regalarlo a tutti questi pezzenti”– il fotografo si spaccia per teorico dell’immagine e di fronte ad una montagna di cadaveri diventati tetro scenario delle sue fotografie di moda – prima afferma che: “Il disgusto è educativo; poi, di fronte a Laure, che ne svela la nullità, dichiara tutta la sua impotenza, se scisso dal mezzo meccanico: “Per me la mia macchina è il mio occhio, il mio naso e il mio fallo”. Nel deserto, Carlo, si sente invincibile e “artista” di fronte alle popolazioni locali, e costruisce una macabra messa in scena come sfondo per le immagini di Emanuelle, fotografandola di fianco alla carogna di un animale, in mezzo a un mucchio di cadaveri massacrati dai nomadi e su una montagna di letame fumante.

VELLUTO NERO (1976) di Brunello Rondi – Seconda parte

L’esotismo è una pura illusione, la schiavitù svela l’ipocrisia dell’uomo occidentale, eterno colono

Velluto neroè immerso in un’atmosfera rarefatta e intangibile, in cui ogni suono diventa componente organica della messa in scena: il rumore del vento che soffia inesausto nel deserto contribuisce ad aumentare il senso di orrore verso ciò che viene mostrato, mentre lo sciacquio dell’acqua del Nilo “culla” i personaggi e li accompagna verso la loro nemesi. La fotografia sporca intrisa di giallo ocra, di Gastone Di Giovanni contribuisce alla rappresentazione di un mondo polveroso e decadente, in netta contrapposizione con la lussurreggiante bellezza dei templi dell’antico Egitto mentre, l’indimenticabile, colonna sonora di Dario Baldan Bembo, restituisce al tutto uno straniante senso epico, volto a consegnare questo gruppo di borghesi-fantasmi ad un passato e ad un presente senza tempo e senza gloria.

RACCONTI PROIBITI… DI NIENTE VESTITI (1972) di Brunello Rondi

Un misconosciuto decamerotico. Uno zibaldone, problematico ed estremo, sintesi dell’opera del regista. Un esperimento in precario equilibrio tra Fellini, Pasolini e Bunuel

Un film goliardico, curioso, e invisibile (l’unica copia visionabile è quella della Cineteca Nazionale di 103 min, mentre esiste una vhs spagnola di 85 min.) squarciato da improvvisi e inaspettati lampi di violenza, teso ad integrare anche il registro comico in quell’universo angoscioso e perturbante che permea la filmografia (da regista) di Brunello Rondi. Un film d’autore che utilizza il genere, lo plasma – prima ne segue i codici, poi, improvvisamente, li violenta – spiazzando lo spettatore e inserendo nel discorso filmico un crinale ambiguo sospeso tra Pier Paolo Pasolini (il Decameron) e Federico Fellini. Racconti proibiti…di niente vestiti (titolo detestato dallo stesso Rondi ma imposto dal produttore Oscar Brazzi), ha un andamento discontinuo; al suo interno alterna notevoli pagine di cinema a paurose cadute di tono non riuscendo mai a trovare una strada univoca da percorrere nel vano tentativo di far coesistere comicità e dramma all’interno di una struttura che è in tutto e per tutto ascrivibile al genere decamerotico. Un genere che racchiude dentro di sé una serie di pellicole (circa una cinquantina) uscite prevalentemente tra il 1972 e il 1973 e derivate dal successo de Il Decameron di Pier Paolo Pasolini – oltre che da tutta la Trilogia della Vita ad opera del poeta-regista – connotato dalla particolarità di essere un fenomeno tutto italiano, poi esportato nel resto del mondo (persino in America); non ha originato epigoni in altri paesi: Un filone caratterizzato da una comicità gretta e volgare, afflitto da una recitazione (spesso) dilettantesca, corroborato da un gineceo di nudità femminili senza eguali e tipicizzato da un inconsueto uso del dialetto. A suo modo un genere federalista ante litteram ma (ma sessualmente “centralista”) che utlizza il dialetto in funzione espressiva, valorizzando la vulgata regionale dando vita ad una frantumazione linguistica lontana dall’omologazione odierna; capace di racchiudere armoniosamente e goliardicamente l’unità nazionale sotto la (discutibile) bandiera duplice della virilità maschile e della disponibilità femminile.

UNA VITA VIOLENTA (1962) di Brunello Rondi – Parte Seconda

L’elegia di una generazione disorientata, divisa tra violenza e sentimento, nella prima regia di Brunello Rondi

Le passeggiate di Tommaso non sono altro che dei lunghi monologhi figurativi in cui ogni azione è una proiezione psicologica della sua indole e del suo pensiero. Bolognini filma con il carrello – nello stesso modo con cui mostra l’irruenza e le corse sulla spiaggia libera del Saro – le lunghe passeggiate di Agostino lungo la spiaggia “protetta” dell’albergo, liberando il conflitto interiore che anima il bambino “orfano” (perché la donna ha un flirt con il giovane e aitante Renzo) della madre. La realtà di Una vita violenta si nutre di verginità attraverso il rapporto personaggio-ambiente che diventa via via più dissonante: la profonda umanità di Tommaso appare sommersa dal degrado, dai mucchi di spazzatura, dalla solitudine delle periferie urbane ricondotte a motivo scatenante di una violenza tanto primitiva quanto immotivata. Allo stesso modo, Agostino, apprende con violenza la verità sui rapporti umani e sessuali; conoscenza che matura in un luogo desolato e perduto all’interno della laguna veneziana, un’isola sporca, fatiscente e infestata dalle erbacce, metafora del degrado e della promiscuità che scatenano in lui turbamenti e malesseri.

UNA VITA VIOLENTA (1962) di Brunello Rondi – Parte Prima

Frammenti di Pier Paolo Pasolini e di Alberto Moravia nella prima regia di Brunello Rondi

Tommaso (Francesco Citti), un giovane di borgata, conduce una vita scioperata trascorrendo il tempo con gli amici, frequentando la sezione del Partito Comunista solo per ballare. Con Lello, e gli altri, le giornate le divide tra il biliardo, l’aggressione notturne alle coppiette e altre bravate simili. Una sera il gruppo parte all’avventura che si conclude con lo stupro di una francese e la tentata rapina ad un benzinaio, prima di ritrovarsi in pizzeria a mangiare e bere con i pochi spiccioli recuperati. Un giorno Tommaso conosce Irene (Serena Vergano) e se ne innamora. Per far colpo su di lei organizza con gli amici una serenata. Ne nasce una rissa durante la quale egli ferisce un uomo con il coltello. Arrestato, sconta alcuni mesi di carcere. Uscito di prigione, ritrova Irene – che nel frattempo lo ha aspettato – si ammala di tisi e viene ricoverato in sanatorio, dove conosce un agitatore sindacale comunista, che per la prima volta lo tratta da uomo. Uscito dal sanatorio – guarito ma fragile – decide di sistemarsi e sposarsi. Tormentato dal dubbio e dalla gelosia per quei mesi trascorsi in carcere lontano dalla ragazza, sembra voler rinunciare al matrimonio. Un giorno, a seguito dell’alluvione che ha investito i baraccati di Pietralata si getta nelle fredde acque dell’Aniene per salvare una donna, una prostituta rimasta bloccata su un tetto, ma il gesto provoca una ricaduta della malattia, che lo conduce alla morte.
02208501

Una vita violenta (co-diretto con Paolo Heusch) racconta la miseria senza pudori e senza vergogna e – attraverso la struttura iconografica – conferisce ai protagonisti (persone e luoghi) dignità e vitalità, tracciando le direttrici della forza d’animo dei poveri/emarginati e della loro voglia indomita di non rassegnarsi (quella che li porta ad affermare di “voler mangiare il mondo”). Brunello Rondi, dopo l’apprendistato registico del documentario viene contattato dal produttore Moris Ergas per una regia a quattro mani con Paolo Heusch. Rondi, l’intellettuale, viene affiancato da Heusch, l’artigiano. Heusch proviene dal cinema di genere – sua è la firma sull’esordio della sci-fi italica con La morte viene dallo spazio (1958) – e a quello stesso cinema tornerà dopo la breve parentesi pasoliniana, prima di abbandonare definitivamente il set a metà degli anni’70. Moris Ergas chiama Rondi (ma le prime scelta erano state altre: Franco Brusati che figura tra gli sceneggiatori e Gillo Pontecorvo), per immergere la pellicola in una dimensione “epica” e per conferire al romanzo di Pier Paolo Pasolini, il respiro dell’affresco sociale (a scapito di quello politico dominate all’interno del libro).

TECNICA DI UN AMORE (1973) di Brunello Rondi

La libertà è un feroce predatore che uccide il pavido e l’ingenuo, che annulla l’ipocrita e che sbrana il presuntuoso.

Oggetto misterioso per lungo tempo, l’ottavo film da regista di Brunello Rondi è oggi finalmente visibile nella copia depositata presso la cineteca nazionale. Il film è registrato al visto censura con la durata di 100 min., mentre la copia a disposizione ne dura appena 81; difficile dunque dare una valutazione complessiva di Tecnica di un amore, anche perchè quella oggi visionabile è una copia in cui anche il montaggio non sembra seguire l’ordine cronologico degli avvenimenti (i riferimenti sono i vestiti dei protagonisti, che nella seconda parte del film cambiano improvvisamente riportando lo spettatore a scene già viste e interrotte nel primo tempo), frutto probabilmente di un assemblaggio frettoloso e non filologico. Da ciò che rimane di Tecnica di un amore, è molto difficile trarre un giudizio esaustivo su quali fossero le intenzioni del regista, anche perchè già in fase di presentazione, il film viene bocciato in primo grado l’01.03.1973, e nel verbale della commissione si legge: “Il film è tutto improntato ad un ossessivo erotismo e sia il dialogo chetalune sequenze (…) sono descritte con realismo sessuale così crudo da realizzare certamente offesa al buon costume” (Alessio Di Rocco in Nocturno n.86).

tecnica_di_un_amore_janet_agren_brunello_rondi_003_jpg_ubea

Il blocco viene revocato in appello ma il film subisce tagli consistenti che ne snaturano l’impianto originario. Dalle parole del direttore della fotografia Claudio Racca, si può apprendere il contesto in cui si sviluppa la produzione della pellicola: “Fu girato a Ponza, sul panfilo di Adelina Tattilo, che era la produttrice insieme a Carlo Maietto. La protagonista era Janet Agren, che stava vivendo la sua storia d’amore con Maietto, e aveva soppiantato la prima attrice designata, Erna Schurer, ex dello stesso Maietto, insomma, si lavorò tra questi intrghi sentimentali. Brunello Rondi, con il quale collaborai ancora come direttore della fotografia, per Valeria dentro e fuori, era un ottimo regista, un intellettuale …”.

I PROSSENETI (1976) di Brunello Rondi

Un funerale collettivo, in cui tutti sono colpevoli…e nessuno è colpevole.

Prosseneta: Voce colta di origine greca; prosseneta significava in origine “aiutatore degli ospiti”, consigliere, guida, intermediario (nell’antica Grecia il pròsseno era il cittadino incaricato della protezione degli stranieri), mentre oggi sta per ruffiano e mezzano. I prosseneti, uscito nelle sale il 28 Aprile 1976 visibile oggi, solo grazie al passaggio in TV della durata di 90′ 32” (ma registrato in visto censura come 105′), è il decimo film da regista di Brunello Rondi: “Velleitario tentativo di denunciare la mercificazione di cui la donna è oggetto nella nostra società” (Centro Cattolico Cinematografico). Così il CCC liquidava questo film (centrando comunque appieno le intenzioni del regista) non tenendo in considerazione però che la denuncia della mercificazione del corpo femminile è solo una parte di quest’opera costruita narrativamente e figurativamente come una sorta di kemmerspiel esistenziale.

220px-Brunello_Rondi

L’unità di luogo, cioè la villa e lo spazio a bordo piscina in cui si svolgono gran parte delle azioni non potrebbero esistere se non attraverso l’astrazione di un non-luogo immaginario, in cui agiscono i vari personaggi. Il non-luogo prende forma attraverso le stanze della casa-teatro, raccontate come spazi scenici in cui ogni cliente replica (con tanto di maschere e scenografie) stati d’animo turbati e passaggi vitali colmi di rimpianto e mai riconciliati: in tutto ciò la donna assolve all’unico ruolo possibile (secondo la società dei consumi), quello di un essere taumaturgo in grado – con la sua sola presenza – di guarire, o meglio, temporaneamente alleviare le sofferenze di uomini psicolabili e insicuri. È la stessa contessa Gilda a dichiarare le intenzioni dell’agire suo e di suo marito: “Le nostre camere non devono più sembrare camere normali ma… teatri, quadri di illusione…”, così come più tardi sarà un cliente che, rivolto alla prostituta Odile, dirà: “E il mio teatrino…tu devi soltanto obbedire e basta”.

ITALIA: ULTIMO ATTO – L’ALTRO CINEMA ITALIANO. Vol 1 – Da Alessandro Blasetti a Massimo Pirri (prefazione di Davide Pulici)

Cineclandestino.it – Recensione a cura di Riccardo Nuziale

Ad oltre un anno dalla sua uscita – e in attesa del secondo volume – continua il grande successo di critica e di pubblico di “ITALIA: ULTIMO ATTO. L’altro cinema italiano” di Fabrizio Fogliato.

Italia, raccontaci un’altra storia! – Recensione di Riccardo Nuziale – 17 Giugno 2016 –

Nella storia del cinema italiano di Fabrizio Fogliato, ad esempio, non c’è spazio per i nomi che…”ci hanno sempre detto” essere la storia del cinema italiano. Niente Rossellini, De Sica, Visconti, Germi, Fellini, Visconti, Antonioni, Ferreri, insomma. Infatti Fogliato ha apostrofato il suo Italia: Ultimo Atto come l’altro cinema italiano. Un altro cinema, che molto difficilmente troverebbe spazio nei corsi universitari standard; e – o meglio, perché – un cinema altro, escluso dai canoni ufficiali in quanto impegnato a cercare strade non convenzionali, forse per la critica troppo poco intellettuali e grammaticalmente ortodosse ma non per questo meno coraggiose e, nei risultati migliori, meno riuscite.

leggi l’intera recensione