La casa dei giochi: gli anni’70 e l’ultimo valzer del fantasma della libertà

 

Score diretto da Radley Metzger nel 1972 è stato uno dei primi film ad esplorare le relazioni bisessuali. Il film è basato su una piece Off-Broadway andata in scena per 23 spettacoli consecutivi al Teatro Martinica a New York, dal 28 ottobre fino al 15 Novembre 1971 e in cui c’è da notare la presenza di un giovane e sconosciuto Sylvester Stallone nel ruolo secondario di Mike l’operaio dell’azienda telefonica. La versione teatrale di Score è stata scritta da Jerry Douglas, che in seguito è diventato sceneggiatore per il cinema (è autore della versione cinematografica di Metzger) ed è ambientata in uno squallido caseggiato del Queens, mentre il film ha come ambientazione una “mitica terra” della libertà e dell’opulenza. Score, il film, è stato realizzato in Europa con un budget relativamente alto per un film indipendente di quel periodo, e la maggior parte delle scene sono state girate a Bakar, in Croazia, un villaggio con un piccolo porto situato a circa 15 km da Fiume, a sud di Zagabria nella regione del Quarnero. Le riprese, inizialmente previste per una durata di quattro settimane, si sono poi allungate fino a nove, e Score è l’unico film del regista in cui egli è stato anche operatore alla macchina. La dilatazione dei tempi di ripresa, oltre alle dimensioni ridotte della troupe, pare dovuta anche al fatto che le scene degli interni della casa di proprietà della coppia scambista, appartengono in realtà a tre case diverse perché la casa scelta come location era stata affittata da un funzionario del governo jugoslavo che, continuamente, invitava la troupe ad allontanarsi e le riprese vennero effettuate solo in assenza dell’inquilino.

Una coppia bisessuale seduce un’altra coppia. Non c’è altro, apparentemente, in questo film realizzato molti anni prima della comparsa dell’ AIDS e che non presenta limiti su ciò che le coppie fanno ed è privo di qualunque forma di moralismo su ciò che è giusto o sbagliato: il film non giudica. Realizzato in doppia versione, soft e hard, Score concentra, non a caso, le scene di sesso esplicito nel rapporto omosessuale tra Jack e Eddie. Il ruolo di Eddie è affidato a Calvin Culver, star del porno-gay con lo pseudonimo di Casey Donovan, che un anno prima è stato protagonista di Boys in the Sand (id, 1971) di Wakefield Poole, il primo film porno-gay a godere di ampia distribuzione. La canzone che fa da sfondo ai titoli di testa del film, “Where’s the girl” e che diventa leit-motive orecchiabile e ammiccante che si ripete nei punti più intriganti del film, è stata scritta ed eseguita da un band (sconosciuta) di amici del regista, durante il soggiorno della troupe a Zagabria per realizzare le riprese del film. Score è un divertissment per adulti, nulla più, ma è anche un film che fruisce di una regia raffinata, colta ed elegante, di una fotografia ricercata e fiammeggiante, di un montaggio puntuale nel trasformare simboli in realtà e viceversa; Score è formalmente ineccepibile, appare studiato e scritto in modo adeguato e grazie al carattere indipendente della produzione di Ava Leighton, può osare dove altri non osano e proporre scene esplicite di sesso nell’economia di un pellicola mainstream e non allineata al circuito hard-core.

La totale disinvoltura nel trattare il tema dell’omosessualità e nel mostrarne gli atti sessuali, oggi appare incredibile, ma negli anni’70 andava a infrangere l’ultimo tabù cinematografico (e non), senza né moralismi né ipocrisie. La costruzione del film è modulata sulla struttura narrativa della fiaba (e segue in maniera divertita i dettami di Propp), concentrata sulla necessità di far emergere l’identità sessuale di ognuno senza né compiacimento né pregiudizio. L’equilibrio con cui Metzger tratta l’argomento, la sua capacità di rimanere equidistante e di non prendere posizione morale, la sua disinvoltura nell’ affrontare l’erotismo di genere attraverso una lunga serie di simboli fallici che preludono al rapporto sessuale tout-court, il divertimento nel giocare con le maschera dell’ipocrisia e del mito americano (suora, puttana, marinaio e cow-boy), fanno di Score una pellicola unica e irripetibile, capace, come poche altre, sia di mostrare una libertà utopica ma desiderata, sia di evidenziare le crepe di una società disperatamente alla ricerca di se stessa. La visione lisergica del sesso connaturata alle dinamiche e agli stili di vita di quegli anni, è appunto, solo, tale a causa della necessità della sostanza psicotropa per riuscire realmente ad osare e abbandonarsi alla libertà più dissoluta. Le scelte delle due coppie, l’indirizzo di quella matura nei confronti di quella più giovane, sono dettate solo ed esclusivamente dalla presenza del surrogato lisergico. La droga, qui il nitrito di anile è l’artificio necessario per raggiunger una piena libertà, che poiché è stimolata dall’uso di un sostanza chimica non è mai realmente né piena né totale.

Elvira (Claire Wilbur) e Jack (Gerald Grant), sono un coppia borghese benestante dedita allo scambismo. Invitano nella propria villa la giovane coppia in crisi formata da Betsy (Lynn Lowry) e Eddie (Calvi Culver) e scommettono reciprocamente se riusciranno ad avere o meno un rapporto omosessuale con loro. Una volta terminato il gioco, questo ricomincia…

L’unità di luogo, il piccolo villaggio portuale in cui è ambientato Score, è l’equivalente del palco teatrale della piece originaria, e diventa scenario di una impossibile “rivoluzione” borghese, quella che ambisce ad un mondo senza barriere e senza tabù, ma che, siccome non è in grado di disfarsi del suo moralismo e della sua ipocrisia ricorre alla droga per allontanare il senso di colpa. La deformazione, utilizzata come cifra stilistica da Radley Metzger per raccontare i rapporti sessuali, ripresi con l’utilizzo di un grandangolo e con l’apporto di immagini riflesse in specchi asimmetrici, restituisce, nel montaggio alternato degli ultimi trenta minuti di film, un senso di inadeguatezza e di incompiutezza da parte dei protagonisti. Nonostante i due amplessi omosessuali giungano a termine, e successivamente, il mattino dopo, tutto ricominci come un gioco inesausto, grava sul film la sensazione, confermata dalle parole della voce narrante, che tutto questo sia possibile solo in un mondo immaginario e favolistico. Non a caso, la voce-off apre il film con queste parole: “Nella terra dell’abbondanza, nello stato della ricchezza, confinante e nord con la decadenza e a sud con l’euforia, si trovava una graziosa e indolente cittadina, sulla costa occidentale del mare del piacere”; e la stessa voce anticipa la chiusura del film dicendo: “E come in tutte le fiabe arriva il lieto fine per tutti…certe strane fiabe finiscono con i protagonisti tutti a letto”, e dopo che Elvira e Jack si incamminano per recarsi al cinema a vedere il nuovo film di Michael Powell (come una qualsiasi coppia radical-chic), la chiosa definitiva della narratrice è emblematica: “E così la fantasia regnò suprema sulla terra del piacere e tutti quanti vissero felici e dissoluti”.

L’assunto di Score è quindi possibile solo nell’immaginazione e nella dimensione narrativa, dove il rapporto tra le due coppie asimmetriche, non è per nulla paritario. Se Betsy vive con Eddie un rapporto contrastato dovuto all’incapacità dell’uomo di ammettere e prendere coscienza della sua omosessualità, Elvira e Jack appaiono solo come due borghesi nulla facenti intenti in un gioco che altro non è che riempitivo della noia quotidiana e che non ha nulla né di libertario né tanto meno di liberatorio. Aspetto, evidenziato dal flash-back in cui Elvira dice, rivolta al marito: “Jack so che ti scoperesti tanto gli uomini che le donne” e Jack replica: “Elvira, mi scoperei anche un porcospino se mi eccitasse”. Di quanto questo frammento sia importante nell’economia del film e nella definizione dell’inconsistenza della coppia borghese si ha conferma dal fatto che prima dell’ultima mezz’ora, lo stesso frammento viene riproposto, ma le parole sono pronunciate a parti invertite. Betsy invece, non trova mai la sintonia con Eddie, e preferisce confidarsi con Elvira, ben consapevole di essere comunque oppressa da un senso di colpa dovuto al suo essere cattolica. Il dialogo tra Betsy ed Elvira che Meztger mostra solo attraverso l’inquadratura delle due tazze di caffè in cui la giovane gira il cucchiaino nervosamente e la donna matura invece con calma e tranquillità, appare rivelatore dell’inconciliabilità tra i due mondi, nonostante ci sia comunque, da parte di Betsy il desiderio di provare esperienza dissolute.

Parlando delle fotografie della sera precedente Betsy dice: “Io non potrei mai farlo. Potrei pensarci, ma non farle”, Elvira replica: “Tutti abbiamo delle fantasie…” e nuovamente Betsy: “Si, ma io non le concretizzo mai”; a questo punto Elvira quasi le intima: “Dovresti sentirti meno in colpa e divertirti di più”, ma Betsy replica sconsolata: “Non deridermi, sono andata a scuola dalle suore…”. L’ironia nei confronti dell’ipocrisia borghese qui solo accennata dal regista, trova consistenza definitiva nel dialogo mattutino tra Jack ed Elvira, dove la notte di reciproci amplessi omosessuali, in cui l’uomo riferendosi a Eddie dice: “Elvira, dubito che tu gli interessi… ora che finalmente ha trovato se stesso. Non penserai che vorranno rimanere tutto il week-end?” e la moglie ammiccante replica: “Ne dubito. La domenica si va in Chiesa…e questa settimana ci andranno sicuramente”. Il tono del film è sempre scanzonato e divertito, leggero ed elegante, ma quello che colpisce è come anche nel suo essere esplicito, l’aspetto del sesso omosessuale in un film come Score e nell’atmosfera ridanciana in cui è immerso, non appare né fuori luogo ne, tanto meno, morboso. Il fascino che il film esercita, tutt’oggi, è senza dubbio merito della perizia e del talento di un regista che, forse, avrebbe meritato altri palcoscenici, rispetto a quelli del porno-chic in cui, volontariamente, deciderà di “chiudersi” con lo pseudonimo di Henry Paris e in cui, comunque, sfornerà alcune tra le pellicole più interessanti, raffinate, colte e intelligenti, di tutto il genere in questione.

 di Fabrizio Fogliato