Un tragicomico equivoco di fine millennio

 

Sam Mendes appartiene alla nuova generazioni di “autori” hollywoodiani. Tenendo presente che la parola “autore” a Hollywood ha sempre un significato diverso che altrove, a causa sia delle ingerenze dei produttori sia dalla necessità di “fare cassetta”, anche per i film più “impegnati”. Difficile trovare, da parte della critica, un’opinione univoca sul regista: alcuni lo considerano uno dei pochi registi americani (ma Mendes è inglese), assieme a Darren Aronofsky, Paul Thomas Anderson, David Fincher, capace di coniugare impegno e spettacolo mantenendo uno stile inalterato e riconoscibile, altri un onesto mestierante, furbo e abile nel manipolare gli spettatori con storie ammiccanti e personaggi in cui è facile identificarsi. Solitamente non sono uso a schierarmi ma in questo caso ammetto (spazzando via il campo da ogni ambiguità) di appartenere alla seconda schiera di critici (anche se Revolutionary Road sembra smentire questa mia presa di posizione). Nonostante ciò ritengo che ogni filmografia sia sempre più complessa di ciò che appare e pertanto, una volta scoperte le carte, cercherò di affrontare il suo cinema mettendo da parte il pregiudizio e limitandomi ad una analisi obiettiva e asettica (quanto più possibile).

Sam Mendes, all’anagrafe Samuel Alexander Mendes, nasce a Reading, Berkshire il 1º agosto 1965, da Valerie Helene (nata Barnett), un autrice di libri per bambini, e Jameson Peter Mendes, un professore universitario, originario di Trinidad. Dopo essersi laureato a Cambridge con una laurea in lingua inglese, si dedica alle regie teatrali e attira l’attenzione della critica grazie alla rappresentazione di “The Cherry Orchard” di Anton Chekov, interpretato da Judi Dench. Ben presto si unisce alla Royal Shakespeare Company, e più tardi lavora anche presso il Royal National Theatre. Nel 1992, Mendes è stato nominato direttore artistico del Donmar Warehouse, un piccolo teatro nella zona londinese di Covent Garden. Nel 1994, Mendes ha affrontato “Lionel Bart ‘s Oliver!”, una piece che si basa su Oliver Twist di Charles Dickens. Questa produzione è lo spettacolo più longevo mai realizzato al London Palladium prima della chiusura nel 1998. La stessa versione è stata recentemente rappresentata al Royal Theatre Drury Lane nel West End di Londra, e acclamata all’unanimità grazie all’interpretazione di Rowan Atkinson nel ruolo di Fagin. La carriera teatrale di Mendes è un continuo crescendo di successi, che gli valgono anche alcuni tra i premi più prestigiosi del settore: ha vinto due Laurence Olivier Award per le sue produzioni de “Lo zoo di vetro” e “Company” nel 1996, e “La dodicesima notte” e “Zio Vanja” nel 2003, mentre nel 1998 ha anche ricevuto la nomination al Tony Award per la regia del revival del musical “Cabaret”.

Sam Mendes sposa l’attrice britannica Kate Winslet, il 24 maggio 2003 a Anguilla nel Caraibi. Dalla loro relazione, 22 dicembre 2003 è nato un figlio, Joe Alfie Winslet Mendes. Per Mendes è il secondo matrimonio dopo il precedente del 2000 con Mia Honey Threapleton. Sam Mendes e Kate Winslet si sono separati il 15 marzo 2010. Sam Mendes esordisce alla regia cinematografica nel 1999 con American Beauty, che ha incassato oltre trecentocinquanta milioni di dollari in tutto il mondo. Il film ha vinto il Golden Globe, il BAFTA Award e l’Oscar per il miglior film e la miglior regia, oltre a quelli per la sceneggiatura, attore protagonista (Kevin Spacey) e fotografia (il “grande vecchio” Conrad L. Hall). Costruito su un solido impianto di matrice teatrale e diviso in tre atti, ognuno dei quali aperto da una panoramica aerea a scendere sulla strada in cui abitano i Burnham, American Beauty presenta una lunga serie di stereotipi che, volutamente accentuati, consentono allo spettatore una totale empatia con i personaggi sullo schermo. Personaggi bidimensionali, inseriti in una messa in scena elegante e manichea, che fa della semplicità narrativa e dell’immediatezza visiva la chiave di volta del suo clamoroso successo. La famiglia della middle class americana è presentata da Mendes secondo una sequenza precostituita che vede il lavoro, la cura della casa e l’aderenza al ruolo sociale auto-imposto, come i cardini della sua struttura. La realizzazione personale intesa come auto-determinazione è un altro stereotipo abilmente cavalcato dal regista, così come quel continuo richiamo stucchevole alla “bellezza” appare più forzato che necessario e opportuno, al fine di determinare la sovrapposizione tra personaggio (sullo schermo) e persona (in sala). Se questi aspetti risultano comunque marginali all’interno di una narrazione stratificata in cui emozioni e raziocinio raramente trovano un punto di congiunzione, l’epilogo del film appare debole e prevedibile, appesantito da stereotipi triti e abusati come quelli della ragazzina che appare come disinvolta e disinibita, votata al culto dell’apparenza e ad una sensualità tanto esibita quanto “plastificata”, per mascherare insicurezza (“per me non c’è nulla di peggio di essere una qualunque”) e per nascondere la sua verginità, quanto quello del marine omofobo e represso attraverso le cui mani si compie la tragedia, e quello, ridicolo e puerile, della poesia e della bellezza del sacchetto di plastica come monito moralista verso il pessimismo e il cinismo imperante.

Sam Mendes, con American Beauty (il titolo viene dal nome delle rose rosse presenti copiose nel film e i cui petali si diffondono dal seno di Mena Suvari durante la visione erotica di Lester nella palestra) ambisce a costruire un apologo, cinico e politicamente scorretto, sui “tempi moderni” ma sbaglia clamorosamente il bersaglio (che la famiglia sia un coacervo di frustrazioni, malesseri e rancori, il cinema lo ha mostrato già ai tempi del muto), o meglio, si fa prendere la mano dall’accumulo di situazioni prevedibili e furbescamente “gioca” con lo spettatore, le sue paure e i suoi desideri. Non a caso, dove il film appare più personale e lontano da schemi pre-confezionati, risulta incisivo e interessante: l’utilizzo dell’immagine video e il rapporto tra la realtà vissuta e quella incisa sui nastri degli home-movies di Ricky; la psicologia complessa, e per nulla scontata, di Jane e il rapporto quantomeno, superficiale e distorto, con il sesso da parte di tutti i protagonisti, perfetta cartina di tornasole della “società dell’apparire”. L’esordio alla regia di Sam Mendes è dunque un film privo di equilibrio, in cui il regista, purtroppo, sceglie la strada più facile (ma anche la più sterile) per provare a raccontare i cambiamenti in atto nella borghesia americana, ma nonostante le imperfezioni e le cadute di tono, il film ha comunque una sua forza visiva (le due ore scorrono via senza sbadigli), e nei succitati ambiti riesce a dire cose innovative e non scontate, oltre a pre-vedere come l’immagine video (con l’aiuto della soft thecnology) sia diventata in breve tempo la forma principale di autodeterminazione per i giovani: appaio, dunque sono.

Lester Burnham (Kevin Spacey) è un uomo di 42 anni in piena crisi di mezz’età. A causa di una riduzione del personale rischia di essere licenziato da un impiego redditizio al quale però non tiene affatto; sua moglie Carolyn (Annette Bening) è divorata dall’ambizione di sfondare nel settore immobiliare e sua figlia Jane (Thora Birch), una tipica adolescente piena di rabbia verso tutti, a malapena gli rivolge la parola, considerandolo un immaturo incapace di incarnare la figura di padre. Due eventi incidono fortemente sul destino di Lester e della sua famiglia. Il primo è l’amicizia di Jane con una graziosa ragazzina di nome Angela (Mena Suvari), che si atteggia a cinica e disinibita. Il secondo evento è l’arrivo, nel villino accanto a quello dei Burnham, della famiglia Fitts, composta dal colonnello Frank Fitts (Chris Cooper), sua moglie Barbara (Allison Janney), che sembra essere in perenne stato di shock e il figlio diciottenne Ricky (Wes Bentley). Il colonnello è un padre ansioso e brutale, che in passato ha fatto ricoverare il figlio in una casa di cura per malattie mentali. Dopo aver conosciuto Angela e Ricky, Lester cambia completamente, come se si fosse risvegliato da un lungo coma. Ha continuamente fantasie su Angela e fa jogging e culturismo per diventare più attraente ai suoi occhi. Inoltre l’amicizia con Ricky, il modo di fare disinvolto del ragazzo, sommato alla marijuana che questi inizia a fornirgli regolarmente, fanno cambiare l’atteggiamento di Lester nei confronti della vita…

Il personaggio di Jane è sicuramente quello più interessante di tutto il film. Dietro l’apparenza dell’adolescente insoddisfatta e scontrosa, complessata (dal seno) e taciturna, nasconde una moralità e un senso della responsabilità che non appartengono a nessuno degli adulti presenti nel film. Non è casuale che il film si apra, prima di dare vita ai tre atti, con un prologo in cui lei è presente, inquadrata in immagini video in primo piano mentre afferma: “Mi serve un padre che mi faccia da modello. Non un ragazzino arrapato che spruzza nelle mutande quando porto un’amica a casa dopo la scuola… Che schiappa! Qualcuno dovrebbe aiutarlo a smettere di soffrire….” Il controcampo a questo punto è negato e solo la voce-off proveniente dal fuori-campo replica: “Vuoi che lo uccida… per te?”, e la ragazzina replica con sguardo severo: “Sì, lo faresti?”. Quest’esordio shock viene ripreso successivamente dal regista con tutt’altro epilogo, ma contiene in nuce il racconto del carattere di Jane: una ragazzina che vorrebbe un padre che faccia il padre e non l’eterno adolescente (il richiamo alla masturbazione, greve e costante, lungo tutta la durata del film ne è chiaro esempio), ma che è consapevole del fatto che questo atteggiamento del genitore rappresenti già di per se stesso una condanna per l’uomo (“qualcuno dovrebbe aiutarlo a smettere di soffrire”), e in cui la richiesta estrema di eliminazione appare più come un disperato grido d’aiuto che qualcosa di reale (come, infatti, verrà mostrato successivamente). Allo stesso modo, partendo dalle parole di Jane si può dedurre come il rapporto con il sesso vissuto dagli adulti di American Beauty, utilizzando un eufemismo possa essere definito conflittuale. Il piacere è conseguito o attraverso l’onanismo, o attraverso il tradimento, il rapporto sessuale vissuto come nevrosi o come momento anti-stress, le scelte di genere come repressione e/o emancipazione, e tutto viene ridotto all’aspetto ludico e superficiale: persino l’assunzione di responsabilità di Lester di fronte alla verginità di Angela appare ipocrita e posticcia.

Le cose migliori, Sam Mendes riesce a dirle attraverso il rapporto tra immagine in 35mm e immagine video: la prima deputata al racconto dei fatti e alla continuità della narrazione, la seconda utilizzata come controcampo in cui, paradossalmente, si manifesta quella “vita reale” anelata da tutti i protagonisti del film. Non è casuale che il prologo e l’epilogo del film passino attraverso l’immagine video; e anche se il finale moralista ne svilisce l’impatto, per tutto il resto del film, l’immagine video degli home-movies assume il valore di racconto della “verità” in contrasto con quello degli occhi che permettono di vedere solo l’apparenza. Dopo aver messo in scena questi due paradossi, il sipario si può alzare e il film può cominciare.

di Fabrizio Fogliato

[continua]

La seconda parte la troverete, tra qualche giorno, su questo blog.

 

 

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