Ite, missa est!

 

Prodotto da Enzo Gallo, che in realtà si preoccupa solo di depositare un titolo di giornale che recita appunto Suor omicidi, questa è una delle pellicole più iconoclaste e provocatorie che il nostro cinema di genere abbia mai prodotto. Intelligente e raffinato nella messa in scena, il film appartiene di diritto a quel cinema medio trans-genere, in grado (più di ogni altro) di leggere e filtrare la realtà. Uscito nel 1978 ed esempio pregnante del filone denominato nun-exploitation, Suor omicidi (aka The Killer Nun) di Giulio Berruti è un film sfortunato e maledetto, distrutto dalla censura, scomparso dalla circolazione per quasi trent’anni e divenuto oggetto di culto, anche per la sua capacità di andare oltre al facile erotismo di facciata e di non affondare nelle paludi del soft-core, evitando ogni scivolone nel cattivo gusto.

«In tutta franchezza: non lo so. Non l’ho mai pensato e se è veramente così, ne sono lusingato, anche se Suor omicidi editato è la metà del film che avrei voluto girare. Penso di dovere molto a Pedro Almodóvar che ha spalancato le menti ed annullato certe irritanti forme di rispetto che rasentano la superstizione. Considero Almodóvar il mio maestro. Il mio guaio è che l’allievo ci ha provato due anni prima.» (Intervista a Giulio Berruti al Ravenna Nightmare Film Festival)

La storia di Suor Gertrude (ispirata a un fatto realmente accaduto in Belgio), mentalmente disturbata e morfinomane, dedita al vizio ed ai piaceri della carne, accusata degli omicidi ai danni di anziani e malati che scuotono la realtà di un ospizio cattolico, attraversa, al termine della lavorazione, un crocevia di contrattazioni, accuse e veleni nei confronti del comitato censorio che ne pretende una sostanziale revisione con il taglio di molte sequenze anche fondamentali nell’economia del film. Dopo patteggiamenti e modifiche il film esce nelle sale, seppur in una versione spuria e manipolata, ed ottiene un ottimo risultato nei cinema di Roma. La distribuzione, all’insaputa di Berruti, compie un tremendo passo falso lanciando il film con la dicitura “dagli archivi segreti del Vaticano”. Dopo pochi giorni, il Vaticano stesso ne chiede e ottiene così il sequestro. Il film scompare nel nulla e non viene più proiettato in Italia, (è proibito anche in Inghilterra per “indegnità”), e diviene reliquia invisibile ma ottiene successo in Spagna (anche a causa della caduta del franchismo) e in Germania. E se la Ekberg offre un’ottima interpretazione, così come tutto il resto del cast, è nelle sequenze degli omicidi, lisergiche e musicalmente trascinanti, che Berruti dimostra un talento visivo fuori dal comune, degno del miglior Argento.

«Dopo i problemi con la censura e vari tagli, il film andò nelle sale. A Roma fece il quarto incasso della settimana, poi capitò il disastro. Il distributore e il produttore avevano pensato bene, e senza consultarmi, di lanciare il film con un manifesto dove, a caratteri cubitali, spiccava la scritta: Dagli archivi segreti del Vaticano! Il Vaticano, invitato a nozze non ci pensò molto a chiedere il sequestro del film. Il sequestro provocò il fallimento del distributore che già navigava in cattive acque e il film non venne più proiettato in Italia.» (ibidem)

Giulio Berruti è nato a Torino nel 1937. Terminati gli studi presso un istituto salesiano, si affaccia sul mondo del cinema, all’epoca imperniato su produzioni locali e distribuzioni regionali, ma è andando a Roma, che entra ufficialmente nei ruoli attivi della settima arte. Dopo una decina di anni cinematografici che lo occupano a ricoprire importanti mansioni come sceneggiatore, aiuto regia e montatore, Giulio Berruti esordisce alla regia nel 1976 con Noi siam come le Lucciole:

«Il film era ispirato allo “scandalo Profumo” e rivolto tutto a favore della squillo che lo aveva provocato. Era una commedia brillante; pensai fosse un buon modo per iniziare la regia: pochi soldi ma anche pochi rischi. In quegli anni, gli esordienti correvano dietro al film “capolavoro”, a quello ricco di messaggi. Io non avevo dottrine da comunicare ai posteri. Così scrissi, girai e montai Noi Siam Come le Lucciole con Silvia Dionisio, Paolo Ferrari, Roberto Hoffman, Claudio Undari (Robert Hundar). Il film fece la sua strada senza troppa gloria ma anche con poca infamia.» (ibidem)

Il seguente e popolarmente più apprezzato film Suor omicidi sarà il suo ultimo lungometraggio. Tra le pellicole più interessanti che ha scritto, oltre agli horror di Corrado Farina, Hanno cambiato faccia (1971) eBaba Yaga (1973), vanno ricordati il noir La mano lunga del Padrino (1972) di Nardo Bonomi, e l’anticlericale d’autore Albero Verde (1966) di Giuseppe Rolando. Giulio Berruti ha abbandonato il mondo del lungometraggio di fiction dopo il calvario di Suor omicidi ed è incredibile notare come il cinema italiano, in questi anni, auto-contorcendosi nella propria infinita crisi, abbia perso per strada un regista dalle simili potenzialità.

«Tieni conto che quando arrivò la mazzata del sequestro io avevo già chiuso con Carlo Maietto un contratto per la realizzazione di un film che ancora oggi considero – sulla carta – il mio capolavoro. Dopo quelle vicissitudini, nessun distributore si dichiarò disponibile a investire sul mio nome. Il film che parla della disgregazione della famiglia è ancora nel cassetto, anche se qualche regista(anche di chiara fama) si è offerto di acquistarlo. In altre mani, quel film si trasformerebbe nel più colossale splatter della storia del cinema. Ed io non voglio. Preferisco sperare di riuscire a metterlo in piedi.»(ibidem)

di Fabrizio Fogliato

Per la recensione integrale, e per saperne di più sul film, vai su http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=18672

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