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“RESTITUZIONI”: JACOPETTI vs CAVARA

Lodi Città Film Festival -Domenica 5 Ottobre – Teatro alle Vigne (Lodi) ore 18

 

Un’occasione unica per confrontarsi con il cinema di Gualtiero Jacopetti e quello di Paolo Cavara. Due registi le cui strade si sono intrecciate “pericolosamente” attorno alla produzione e realizzazione di un progetto tanto ambizioso quanto smisurato, discusso e discutibile: MONDO CANE (1962).

Stefano Loparco autore del libro “Gualtiero Jacopetti – Graffi sul mondo” (Ed. Il Foglio Letterario – su questo blog un’imminente recensione del testo) e Fabrizio Fogliato autore del volume “Paolo Cavara. Gli occhi che raccontano il mondo” (Ed. Il Foglio Letterario) dibatteranno nel merito di un film che ha dato vita a due poetiche divergenti e contrapposte. La tecnica e il contenuto spiegati al pubblico attraverso un’incruenta battaglia verbale e con la proiezione dei film che hanno definito le due direzioni del loro cinema. Vi aspettiamo numerosi.

a seguire il programma della giornata

ESSENTIAL KILLING (2010) di Jerzy Skolimowski

La fuga non conduce in nessun luogo ma porta, solo, alla perdita dell’orientamento

 

Essential Killing è una poesia dipinta sul creato a colpi di pennellate lente, rigorose e sinuose. Un apologo sul rapporto tra uomo-ambiente, ma soprattutto sul rapporto tra animale-uomo e ambiente ostile. Un apologo antropologico, che non ammette cedimenti e in cui ogni immagine è utile e necessaria, ogni inquadratura è essenziale e mai sprecata. La dimensione su cui si muove la vicenda è quella basica dell’istinto come motore dell’agire umano. Azioni brutali e selvagge che si susseguono in una narrazione, solo apparentemente elementare in cui ogni snodo narrativo è rappresentato al grado zero del suo sviluppo. L’atmosfera straniante, “aliena”, barbara in cui si muove il protagonista non fa differenza tra il deserto di pietra delle montagne di Tora Bora e i boschi fitti e sconfinati del nord della Polonia. È uno scenario necessario che fa da contrappunto al movimento di un personaggio che grazie all’assenza di dialogo viene raccontato come “puro” e privo di qualsivoglia implicazione morale. Quello dell’uomo protagonista del film è un comportamento legittimo nella sua dimensione animale, un comportamento dettato dalle circostanze in cui si trova e in merito al quale è praticamente impossibile esprimere un giudizio. Jerzy Skolimowski, con la sua macchina da presa tratteggia un affresco che pesca nelle ambientazioni malinconiche della pittura di Caspar David Friedrich, delineando un luogo in cui tutto sembra essere ostile e avverso nei confronti dell’uomo. Una natura selvaggia che rifiuta l’uomo come se fosse un intruso: gli nega da mangiare, da bere, lo costringe al gelo durante la notte e gli nega il calore del sole durante il giorno. Non è casuale che il cibo (il pesce crudo) l’uomo lo rubi a un pescatore, che il calore lo trovi nella casa della donna nel finale del film e che solo qui possa bere anche qualcosa di caldo.

ABEL FERRARA. UN FILMAKER A PASSEGGIO TRA I GENERI su Carte di Cinema

Recensione a cura di Giancarlo Zappoli – Agosto 2014

 

Fogliato ama il cinema di Ferrara e ne coglie con anche le dinamiche linguistiche. A titolo di esempio così si esprime nei confronti di una delle opere più discusse del regista Go Go Tales: “ Il Paradise è un luogo ‘magico’ percorso da una tensione erotica costante che trasferisce la sua potenza perfino nella forma filmica in una pellicola dove i fotogrammi si penetrano l’uno con l’altro e dove le dissolvenze incrociate determinano un orgiastico sovrapporsi di corpi.”

leggi l’intera recensione….

AVERE VENT’ANNI (1978) di Fernando Di Leo – Parte Quarta

Il finale

 

Pierpaolo de Sanctis, studiando i saggi di diploma degli studenti del CSC, ha trovato le origini del finale di Avere vent’anni:

Primi anni’60: Fernando di Leo si affaccia al Centro Sperimentale di Cinematografia, stringendo vari rapporti con Marco Bellocchio, ma soprattutto con Sergio Tau, Enzo dell’Aquila e Franz Weisz, insieme ai quali firmerà un film ad episodi, Gli eroi di ieri, oggi e domani (1963) scarsamente distribuito. […]Recentemente lo stesso Sergio Tau ha ricordata l’importanza che di Leo ha avuto nella sua folgorante esercitazione di primo anno: un piccolo e originalissimo film sperimentale “K” (1961), completamente privo di dialoghi e affidato unicamente a delle ritmiche percussive minimali elettronicamente modificate.

AVERE VENT’ANNI (1978) di Fernando Di Leo – Parte Terza

Istantanea ad un millimetro dal baratro…

 

Certe battute nei due film del 1968 avevano un certa pregnanza contenutistica, mentre nella replica riproposta dieci anni dopo altro non sono che parodia di se stesse che di Leo sottolinea immergendole in un contesto ironico e dissacrante. In Brucia ragazzo brucia Margeherita, per presentare la sua libertà dice a Clara: “Bere quando non si ha sete e fare l’amore tutte le stagioni… è ciò che ci distingue dalle bestie”; nel 1978 “il nazariota” usa più o meno la stessa battuta solo più per rimproverare Lia che gli dice che non ha voglia di fare l’amore “a comando”: “Eh… ma cara figliola, bere quando non si ha sete, mangiare quando non si ha fame e fare l’amore quando non si ha voglia,…è proprio questo che ci distingue dalle bestie no?”.

AVERE VENT’ANNI (1978) di Fernando Di Leo – Parte Seconda

Ritratto selvaggio di un paese senza futuro

 

Erroneamente si parla, da sempre, di Avere vent’anni come di un road movie: in realtà il film si svolge per l’80% a Roma e solo per un 20% affronta spostamenti e/o divagazioni “on the road”. Certo se lo si intende come un “viaggio” all’interno del contesto sociale italiano di quegli anni, allora il genere può apparire appropriato, altrimenti non si può non notare come la pellicola di Fernando di Leo altro non sia che la rappresentazione spettrale di qualcosa che è esistito nella mente delle giovani generazioni e subito svanito con le percosse e la repressione autocratica di una nazione che vuole limitare la libertà in quanto ritiene che questa è foriera solo di disordine all’interno dell’ordine dello status-quo precostituito.

AVERE VENT’ANNI (1978) di Fernando Di Leo – Parte Prima

Partitura incompiuta per un film mancato

 

Com’è triste aver vent’anni… tra il proibito e l’illusione,

scoprire che la vita peggiorerà.

Gli entusiasmi dei vent’anni… stai attento a come vivi!

Ormai non c’è altro da credere che non bruci in un momento”

                                                                                                (Spadaccino/di Leo – Gloria Guida)

Lia (Gloria Guida) e Tina (Lilli Carati) sono due belle ragazze che si incontrano per caso su una spiaggia. Decidono di andare a Roma facendo l’autostop. Giunte nella capitale si procurano (a modo loro) da mangiare, caffè e sigarette, e poi si dirigono verso la comune di Piazza Dante 21 gestita da Michele Palumbo (Vittorio Caprioli) detto “il nazariota”. Qui intreccino diversi rapporti più o meno amichevoli con “il riccioletto” (Vincenzo Crocitti), Rico (Ray Lovelock), Argiumas (Leopoldo Mastelloni) …Personaggi strani, anomali, quasi spettrali che popolano uno spazio vuoto e desolante. Per mantenersi e su invito del “nazariota” le due giovani cominciano a vendere enciclopedie nei quartier bene della capitale e anche qui incontrano uomini e donne da “fine dell’impero”, tra cui il Prof. Affatati (Danele Vargas), una borghese sola (Licinia Lentini) e un pensionato ministeriale (Fernando Cerulli). Fatto ritorno alla comune, vengono arrestate con tutti gli abitanti a seguito di una retata della polizia guidata dal commissario Zamboni (Giorgio Bracardi). Viene dato loro il foglio di via per fare ritorno al loro paese. Non ci arriveranno mai, perché sulla via del ritorno, in una trattoria isolata nel bosco si imbattono in un branco di balordi che le stuprano e le uccidono brutalmente.

Il titolo del film, come noto, prende spunto dall’epigrafe in calce alla prefazione di “Aden Arabia” opera del filosofo e scrittore Paul Nizan già amico di Jean-Paul Sartre e fervente comunista francese fino al momento dell’abiura ideologica in seguito alla firma del patto Ribbentrop-Molotov del 1939: “Avevo vent’anni… Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”.

NANA (1926) di Jean Renoir

Belle Epoque: decadenza e sadismo

Nanà non è soltanto una creatura senza moralità, una donna perduta dai suoi vizi; è anche la personificazione del decadimento di una società. (Jean Renoir)

Jean Renoir individua in Nanà di Emile Zola l’opera che, tradotta per il cinema, può rappresentare per lui il definitivo salto di qualità come regista e, per il sotto-testo intrinseco al romanzo, la possibilità di raccontare la fine di un’epoca attraverso la metafora esistenziale dell’ascesa e caduta di una giovane donna. Il film che Renoir vuole mettere in scena è tanto ambizioso quanto costoso. Nanà (id., 1926), co-produzione franco-tedesca viene a costare un milione di franchi dell’epoca e viene portato a termine grazie al contributo di Pierre Braunberger, il titolare della Delog Film che mette a disposizione i suoi studi cinematografici per effettuare le riprese a Berlino. Durante i mesi che precedono l’avvio delle riprese, Renoir deve confrontarsi con due problematiche non proprio indifferenti: deve cercare gli interpreti e le maestranze che gli permettano di realizzare il film ma, soprattutto, deve confrontarsi con le difficoltà inerenti all’acquisizione dei diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo. Nel 1926 l’opera di Zola non è ancora così conosciuta come lo sarà in seguito e pertanto il regista deve accordarsi con Jues Salomon, titolare dei diritti per il cinema, per una cifra di settantacinquemila franchi. La co-produzione, permette a Renoir di avere a disposizione un budget cospicuo, ma gli offre anche la possibilità di ottenere la distribuzione del film in Germania cosa che dovrebbe garantire al film un sicuro guadagno. Questa aspettativa viene ben presto frustata, perché nonostante il film ottenga il visto censura per la Germania il 22 Dicembre 1926 viene presentato a Berlino solo nel Febbraio del 1929.