Ricordo di un figlio – Pietro Cavara

 

“Sembra un crudele scherzo del destino che proprio ora in cui l’opera di mio padre è oggetto di riconsiderazione critica e di interesse in forma di pubblicazioni, e da parte di festival e manifestazioni sparse per l’Italia, la sua compagna di più di vent’anni di vita si spenga distante da casa dopo solo un mese e mezzo di assurda e travagliata malattia.

 

Eppure Annamaria Puccini non è stata semplicemente la moglie del regista Paolo Cavara, ma una donna e una madre di eccezionale valore dall’animo grande e dalla dolcezza infinita, non lontana in molti casi dal condividere scelte attinenti alla professione di suo marito. C’è lei nella scena dei baci de “I malamondo”, e vi compare ancor prima mentre abbraccia mio padre, lui confuso tra le “facce” dei suoi giovani irrequieti nell’epoca del “boom”. E c’è lei dietro la scelta, condivisa da mio padre, di optare per Philippe Leroy a protagonista di “Occhio selvaggio”. Ed è ancora lei che segue con passione e attenzione suo marito durante la lavorazione del film in Estremo Oriente, così come avverrà per molti altri lavori successivi. Mio padre si rivolgeva a mia madre per avere consigli, perché sapeva di parlare a una donna che aveva gusti raffinati, non dissimili dai suoi. Al di là delle traversie familiari che hanno irrigidito i loro rapporti, anche pesantemente, era rimasta tra loro un’intesa feconda.

Negli anni sessanta erano una coppia invidiabile, di un’eleganza e di uno charme di cui si diceva. Si sposarono subito dopo la realizzazione di “Mondo cane”. In lei forse mio padre vide il suo modello di donna, di una bellezza autentica e non artefatta nell’animo come nei caratteri fisiognomici, di una immediatezza comunicativa e di una sensibilità pronunciata che oggi è raro trovare: caratteristiche che naturalmente, in forma differente, anche lui possedeva, lei romana, lui bolognese”.

Pietro Cavara – 20/10/2014