Quando il cinema anticipa la realtà.

Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene……………………

Mathieu Kassovitz è uno dei “misteri” cinematografici più interessanti del cinema di fine millennio. Passato da autore innovativo e geniale, nel giro di un paio di film, a mero artigiano esecutore tecnicamente ineccepibile di storie su commissione allineate alla più trita estetica narrativa mainstream. Osannato al Festival di Cannes del 1995 come il più interessante talento emergente del cinema francese e deriso, neanche due anni dopo per il successivo Assassin(s). Dai “fasti” della Francia al mercato di Hollywood in seguito al successo clamoroso de Le Riviéress pourpres (I fiumi di porpora, 2000), per scomparire o quasi nell’anonimato odierno. Eppure a ben vedere, il cinema di Kassovitz è sempre stato lo stesso. La sua forza, e il suo maggior pregio è sempre stata quella di riuscire ad apparire d’autore pur essendo mainstream. L’ “abbaglio” critico de La Haine è dovuto esclusivamente al fatto che il tema al centro del film era (ed è) di scottante e urgente attualità e la pellicola-guerriglia, girata dall’interno (con tanto di comparsate del regista stesso con la macchina in spalla durante lo svolgersi del film) risulta un pugno nello stomaco talmente forte da far chiudere gli occhi. Pellicola rabbiosa, “sporca”, urbana, e surreale che nasce dalla rabbia e dall’indignazione dello stesso regista per un fatto di cronaca avvenuto un paio di anni prima, e nel film, opportunamente, ribaltato di senso e significato.