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IL DEMONIO (1963) di Brunello Rondi – Capitolo 6

Il rogo “sacro” dell’immoralità: il male antropologico di una comunità spaventata

Quello che appare nel film come la componente orrorifico-fantastica (legature notturne, graffi su braccia e gambe, la camminata a ragno in chiesa e la xenoglassia) nell’ottica di Rondi è solo la riproduzione “in soggettiva” della visione della comunità: Purificazione e il suo martirio sono (sin dal nome e dalla condizione psichica) il lavacro necessario per mondare una comunità corrotta e terrorizzata da un Male che lei stessa nutre e alimenta; motivo per cui Purif appare come il detonatore in grado di far saltare gli antichi e precari equilibri su cui si regge tale comunità.


Questa dicotomia è ben rappresentata in due sequenze del film che – per contenuto e “filosofia” – si presentano come opposte. La prima è quella – seguente al matrimonio di Antonio – in cui suoceri e genitori preparano il letto nuziale mentre gli sposi attendono fuori dalla porta chiusa della camera da letto. Attraverso tutta una serie di accorgimenti si fa in modo che il Male venga assorbito e il talamo liberato da ogni presenza maligna.[1] Se in questa sequenza emergono le finalità benigne e e purificanti della bassa magia cerimoniale, in quella che racconta la confessione pubblica dei peccati si evidenziano l’ipocrisia nonché l’inclinazione al Male della comunità che – come sottolinea, ulteriormente, la successiva sequenza del rito magico per allontanare la tempesta imminente – identifica in Purif la causa esterna (che non le appartiene) di tutti i mali che la affliggono. La confessione pubblica dei peccati è preceduta – con rigore scientifico e documentario – dalla processione delle pietre dove queste sono il simbolo dei peccati che ognuno trasporta lungo l’ascesa al colle per poi depositarle sul sagrato della chiesa prima di dare avvio alla pubblica ammenda. Quello che colpisce è che i peccati urlati dai membri della comunità – contemplano il furto, la violenza, domestica, desideri incestuosi e pedofili, l’omicidio e la bestemmia – sono declamati con disarmante leggerezza tra l’indifferenza generale. 

Peccati ben più gravi delle (presunte) colpe di Purif che ammette di aver parlato con il demonio – cosa, peraltro, pretestuosa, nel suo tentativo disperato di compiacere la comunità (ammettendo davanti ad essa una colpa, imputatale ma non commessa, per poter essere perdonata e reintegrata). La società che è disposta, paternalisticamente, a perdonare ogni forma di abominio commessa da un suo membro, colpevolizza e condanna la confessione di Purif che, ai suoi occhi, è ormai classificata come catalizzatore del Male (causa scatenante dell’avvicinarsi della tempesta) e minaccia alla sua prosperità economica e materiale. Dopo che la famiglia l’ha “sepolta viva” sotto la sua casa per preservarla dal linciaggio è lo stesso Antonio che – caricandosi sulle spalle la salvezza del raccolto e dell’integrità morale della comunità – dopo averla posseduta un’ultima volta, la uccide con una pugnalata (come un vampiro) liberandosi, così, dalla paura e concretizzando il desiderio sottaciuto di tutta la comunità.

di Fabrizio Fogliato ©


[1] Dopo aver evocato la presenza di quattro santi agli angoli del letto – disponendo acini d’uva passa a disegnare una croce e ponendo una falce sotto il letto – viene pronunciata la formula: “Con la falce taglio le gambe alla morte. Con la falce le lacrime taglian la voce. Con la falce sotto il letto dal demonio sei protetto”

IL DEMONIO (1963) di Brunello Rondi – Capitolo 5

Eros & Thanatos: Il paradigma ermeneutico di una società arcaica

Purif è incarnazione pura e primordiale di Eros[1] – dimensione che la condanna ad essere vilipesa, martirizzata, sepolta viva e uccisa dall’uomo che ama: azione inevitabile, quella di Antonio, perché ormai incapace di opporre resistenza alla donna che diventa minaccia alla sua rispettabilità e al suo equilibrio. Purif, dalla comunità, è stigmatizzata come una strega voluttuosa di cui gli uomini possono servirsi a loro piacimento per sfogare la loro eccitazione attraverso la violenza e lo stupro.[2]

DR JEKYLL ET LES FEMMES (NEL PROFONDO DEL DELIRIO) di WALERIAN BOROWCZYK (1981)

Un’entità astratta e surreale agisce all’interno del sesso, della violenza e della metropoli.

Già la prima trasposizione cinematografica sonora del romanzo di Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, quella diretta da Robert Mamoulian nel 1932, presenta evidenti tracce di erotismo. Il personaggio “inventato” di Ivy Pearsons (interpretato dalla conturbante Miriam Hopkins) è un concentrato di implicita sensualità e la scena dello spogliarello davanti ad un compiaciuto dottor Jekyll, si prolunga a lungo ed in sovraimpressione sulle immagini successive mostrando la gamba nuda e oscillante della donna. Nel 1971 Roy Ward Baker, offre una rilettura del romanzo sensuale e conturbante attraverso l’originale rivisitazione del doppio che in Dr. Jekyll and sister Hyde (Barbara, il mostro di Londra), contrappone l’uomo alla donna. Martin Beswick interpreta la sorella di Jekyll con inquietante aderenza ed utilizza il proprio corpo per sedurre (al fine di uccidere), in una vicenda che fonde il romanzo di Stevenson con i delitti di Jack lo squartatore. Walerian Borowczyk, nel 1981, riprende gli spunti dei suoi predecessori per costruire una parabola erotico-sanguinaria sulla forza del desiderio e sulla distruzione delle convenzioni. Il tema centrale del film (di cui per una volta la mistificazione del titolo italiano, Nel profondo del delirio, rende appieno il senso della discesa infernale dei personaggi), è quello della penetrazione, che come un’entità astratta e surreale agisce all’interno del sesso, della violenza e della metropoli.