“E’ senza dubbio il film più bello del mondo”. (Luis Delluc)

In Svezia nel 1912 si producono alcuni film particolarmente innovativi per quanto riguarda l’utilizzo del linguaggio cinematografico. Tre registi, Georg af Kiercker, Victor Sjöström e Mauritz Stiller, con le loro opere sfondano le barriere del kammerspiel di matrice tedesca e trasportano il dramma nei grandi spazi paesaggistici della scandinavia, in cui bellezza e vertigine si coniugano all’interno di una tensione narrativa senza precedenti. La tendenza e quella di una dimensione panteistica del dramma, in cui si coniugano l’espressione lirica delle vicende con una dimensione assoluta degli uomini e del loro destino. Una visione cosmica dello spazio e dell’individuo che si muove in esso, finalizzata alla rappresentazione di episodi archetipici trattati come vere e proprie parabole morali. L’asciuttezza e il rigore con cui vengono trattati i drammi individuali fanno prevalere l’aspetto psicologico (manifesto e latente) dei conflitti interpersonali. Le asperità, il gelo e la durezza del paesaggio nordico diventano sintesi metaforica e metonimica di un personaggio “terzo” in grado di determinare impreviste e sorprendenti svolte narrative. Questa visione, non-convenzionale, del cinema rende i film scandinavi del primo decennio del secolo XX° come la principale alternativa allo strapotere artistico, commerciale e linguistico del cinema hollywoodiano. Le sirene americane suonano ben presto anche per Stiller e Sjöström, ma i risultati che i due registi raggiungono sul suolo americano sono nettamente inferiori a quelli autoctoni. Spogliata dei suoi pilastri, “aggredita” dalle cinematografie emergenti delle vicine Danimarca e Germania, “l’età d’oro del cinema svedese” si esaurisce in poco meno di un decennio, e già nel 1921 la produzione crolla rovinosamente e i suoi autori sono consapevoli dell’impossibilità di una rinascita a breve termine.