Estratto del libro da Io, Emmanuelle (1969) di Cesare Canevari

La donna, incarnata da Emmanuelle, con il suo essere fragile, confusa e spaesata in una società che viaggia al doppio della sua velocità, con il suo ritrovarsi immersa in una città plumbea e tentacolare in cui il sole fatica a penetrare la coltre di nubi e di smog, si sente soffocata dal rumore, dall’invasività e pervasività degli annunci pubblicitari, soverchiata dalla frenesia e dalla presenza incombente dei cartelloni pubblicitari al punto che è costretta a muoversi come un fantasma (ignorata da tutti): un essere spersonalizzato che deambula in un mondo troppo più grande della sua vita. La solitudine e l’anonimato nella metropoli emergono con forza attraverso l’estetica della donna che, stretta (stritolata), in un completo marrone si agita inutilmente nel vuoto della città, correndo, sfuggendo e nascondendosi non si sa bene da che cosa: non di certo qualcosa che è all’esterno bensì all’interno di lei. Il vuoto è riempito dal rumore assordante delle auto, degli annunci pubblicitari, del fragore delle manifestazioni, dei lavori in corso; rumore che penetra, frastornante, persino nel chiuso dell’appartamento e che nel corpo di Emmanuelle si traduce in dolore.

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[…] In tutto ciò l’aspetto più disarmante è quello riguardante il rapporto con gli uomini i quali, nel film, vengono selezionati con quattro archetipi rappresentanti di altrettante categorie, di diversi ambiti, seminali nella società dell’epoca (ma non solo).  Uomini a cui Emmanuelle concede solo il suo corpo (e non il cervello) – non per compensare il vuoto che la divora e per lenire il dolore che la distrugge – bensì con il programmatico e chiaro intento di umiliarli attraverso un solo gesto di cui loro neanche (quasi) si accorgono. Il primo è l’intellettuale descritto come fatuo, logorroico e dal parlare inutilmente forbito, infantile e narciso al punto da essere un’opportunista inconcludente di cui Emmanuelle si vendica bruciandogli il romanzo tanto sbandierato (persino durante l’amplesso). Il secondo è lo stilista che si presenta come finto-omosessuale, ipocrita e bugiardo, farfallone e traditore, a cui la donna – per farsi possedere – impone di strappare la vestaglia di seta più cara. Il terzo è il giovane contestatore – “cucina” i libri di Marcuse (“Critica della società repressiva”) condendoli con le pillole anticoncezionali Pincus – ritratto come eccessivo, caricaturale e finto trasgressivo che si rivela poi essere niente altro che un marchettaro come tanti conformista e inconsistente. Il quarto è il redattore-capo del giornale in cui lavora la stessa Emmanuelle: un comunista incallito ed ex-partigiano che si rivela essere invece un moralista ipocrita, arrogante e presuntuoso, in sospeso tra l’essere “macho” (l’intervento senza anestesia) e pusillanime (la scenata per la catenina con la madonna).

di Fabrizio Fogliato

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