L’opera di Gus Van Sant non racconta, osserva il lento e inesorabile estinguersi di un “uomo qualunque”.
8 Aprile 1994, il cantante dei Nirvana , Kurt Cobain, si uccide con un colpo di fucile in bocca, nella villa al 171 di Lake Washington, a Seattle. Ha 27 anni. Last Days è il film con cui il regista Gus Van Sant chiude la sua trilogia sulla morte, iniziata nel 2002 con Gerry (inedito in Italia) e proseguita nel 2003 con Elephant.
Come in Elephant (ispirato alla strage del 1999 della Colombine High School), anche in Last Days, un evento unico e reale viene traslato nel molteplice dell’immaginario mutandone i caratteri primari, cioè nomi e luoghi. Blake è solo apparentemente riconducibile alla figura del leader dei Nirvana, e lo è tramite il falso estetico della sua figura, cioè ad una maschera che nasconde “uno, nessuno, centomila”. Van Sant, in questa trilogia minimalista si preoccupa di riflettere sul “mistero” della morte e per fare ciò non può che rendere universali i suoi personaggi, riducendo lo spazio e il tempo al minimo indispensabile. I luoghi in cui si svolgono le tre storie (il deserto per Gerry, la scuola per Elephant, la villa per Last Days) sono non-luoghi metaforici: una sorta di limbo in cui si prepara e si consuma una tragedia.

La solitudine della morte attraversa come un basso continuo tutta la trilogia e mette in luce tutta l’impotenza di una società che non è più in grado di prendersi cura dei proprii figli. Una società, quella Americana, ma non solo, che fagocita emozioni e passioni e che pertanto “abbandona” il proprio futuro in una selva oscura senza speranza. Confrontando i tre film, si nota una totale assenza familiare. La famiglia, un tempo cardine e colonna portante su cui costruire la propria vita, venendo meno frantuma certezze e cristallizza le emozioni (tutto deve essere bruciato subito) e fa insorgere nei giovani quel senso di inadeguatezza che quando non viene avvertito da chi gli sta attorno, sedimenta e porta lentamente all’annullamento e quindi alla morte subita (Last Days) o agita (Elephant). Nella villa con Blake si “agitano” altri personaggi, che così come l’umanità varia e indifferente che va e viene dalla casa, non sembrano neanche accorgersi della sua inevitabile caduta. Un venditore di pubblicità non si sorprende nel vederlo “assente” con addosso una sottoveste, e continua a propinargli instancabilmente il suo prodotto. Nessuno – neanche i ragazzi che vivono con lui e che appaiono tanto fragili quanto spaesati – si preoccupa del suo permanente stato comatoso (Asia Argento si limita a sistemarlo contro la porta quando lo trova accasciato).

Last Days è l’autopsia di un suicidio. Il film non giudica, non prende posizione e neanche cerca di dare spiegazioni. L’opera di Gus Van Sant è altresì meritoria perché non racconta, ma osserva, il lento e inesorabile estinguersi di un “uomo qualunque”. In Last Days non c’è la musica dei Nirvana, l’unico brano che si sente è “Venus In Furs” dei Velvet Underground, oltre alla composizione “Death To Birth” dello stesso Michael Pitt. La cinepresa di Van Sant, pedina con lunghi piani-sequenza il silenzioso e solitario peregrinare di Blake. L’utilizzo del piano-sequenza – e quindi della continuità temporale, con cui il regista segue Blake nelle camminate nei boschi tra soliloqui sbalestrati e incomprensibili dove c’è tutto il dramma della depressione e il senso di annientamento di un ragazzo fragile e sensibile – viene alternato all’uso insistito del campo medio e dello zoom all’indietro, che invece frantumano il tempo e di conseguenza l’unicità del reale. Questa scelta permette a Van Sant di poter astrarre e di sospendere tutta la vicenda in un’atmosfera New-Age, come nella straordinaria sequenza in cui Blake suona uno dopo l’altro tutti gli strumenti e lo zoom lento della cinepresa si allontana da lui per inquadrare il fuori campo naturale, in cui si avvertono contemporaneamente il senso di morte imminente e la serenità finalmente raggiunta.

Dunque l’obiettivo del regista è quello di renderci testimoni del peso insostenibile della solitudine di un uomo che sceglie una strada senza ritorno (il bivio all’inizio del film?), ma che decide di farlo senza enfasi e forse…inconsapevolmente (la mancanza dello sparo?) In Last Days non ci sono risposte, ed è giusto cosi, perché la morte e qualcosa di talmente intimo che il nostro giudizio di “piccoli” uomini non può e non deve minimamente intaccare. Per questo motivo Van Sant non filma lo sparo, ma invece ci mostra il distaccarsi dall’anima dal corpo, perché il viaggio dell’uomo continua…
di Fabrizio Fogliato ©