Deliverance è un funerale tribale, in cui il fiume rappresenta la via che conduce agli inferi.
Ciò che colpì più di ogni altra cosa l’immaginazione del dottor Sanders, quando guardò per la prima volta verso la grande distesa dell’estuario del Matarre, fu l’oscurità del fiume. Dopo molti ritardi, il piccolo battello passeggeri si stava finalmente avvicinando alla fila delle banchine, ma sebbene fossero le dieci, la superficie dell’acqua era ancora grigia e indolente, e filtrava le tinte cupe della vegetazione che ricadeva folta e inerte lungo le sponde del fiume. A intervalli, quando il cielo era coperto, l’acqua era quasi nera, come una tintura putrescente. Per contrasto, la distesa disordinata di magazzini, depositi e alberghetti che costituivano Port Matarre riluceva tra quelle masse scure con una brillantezza spettrale, come se fosse illuminata più da qualche fonte interiore che dalla luce solare simile al padiglione di una necropoli abbandonata, edificata su una teoria di moli scaturiti dalla giungla.(da Foresta di cristallo di James Graham Ballard).
Di Deliverance si è già detto tutto: il contrasto uomo-natura, il confronto tra “barbarie” e civiltà, la fine della bellezza, l’impianto ecologista, la vendetta dello spirito sulla materia, e la visione della stessa come forma risolutiva dei conflitti…; quello che non è ancora stato fatto è raccontare Deliverance come un funerale tribale, in cui il fiume rappresenta la via che conduce agli inferi e i protagonisti ignari passeggeri di un Caronte divino scevro da pregiudizi, che guida il manipolo verso una fine certa e verso una (probabile) rinascita. La Natura Panica che avvolge la pellicola con il suo continuo ondeggiare tra lussureggiante e inquietante – tra l’asprezza delle superfici rocciose e la fluidità “sessuale” dello scorrere del fiume – è lo scenario perfetto per celebrare il rito funebre dell’homo sapiens, privato di ogni confort e ricondotto alla sua matrice originaria e preistorica (attraverso l’emersione del rimosso: la componente animale e istintiva negata dalla vita di città). La vendetta intesa come estrema ratio nelle dinamiche umane, forma estrema di “condivisione” del corpo, diventa quindi un mero passaggio scenico-esistenziale necessario al rituale funebre.

L’acqua è elemento salvifico, ri-generativo, il liquido amniotico attraverso cui “galleggia” la vita , ma quella di Deliverance, è un’ acqua violenta, torbida che discende verso il basso di una civiltà in “scomposizione”, (il paese che se ne va per lasciare il posto alla diga), trascinandosi dietro corpi e volti distrutti dal suo impeto e dai suoi segreti. Il riflesso scuro della foresta che si rispecchia nel fiume; le rapide che giungono improvvise come prova di maturità dell’uomo moderno – miseramente fallita per presunzione e arroganza; l’animalità dei rednecks traslarti nella forma sociale del nemico-invasore del privato e dell’intimità (anche sessuale come dimostra lo stupro); tutto contribuisce ad una visione primordiale dell’esistenza da cui il gruppo di uomini (proprio perché lontano dalle proprie donne), non solo non riesce ad uscirne vincente ma, anzi, ri-torna decimato (come dopo una guerra) in quello stesso mondo che l’ha privato del rapporto diretto con la natura e che ne ha forgiato identità plastificate che di fronte all’imponente reale di Gaia, crollano velocemente senza alibi e senza giustificazioni.
La vendetta secondo John Boorman, assume i connotati pedagogici della severa lezione impartita dal creato all’uomo che – nel suo delirio di onnipotenza – appare convinto di poterlo modificare a proprio uso e consumo (ancora la diga) ma che, in fin dei conti, risulta essere impotente e disarmato di fronte all’imprevisto (tutto ciò che non è programmato), alla sorpresa di trovarsi infinitamente piccolo di fronte ad un ambiente facilmente manipolabile attraverso le azioni altrui ma invalicabile di fronte al proprio vissuto personale. Non a caso in tutta questa atmosfera mortifera e umiliante, spicca l’unico elemento “altro”, veramente estraneo e arcaico: la musica, nella perfetta empatia del virtuosismo benjo-chitarra che richiama quella del normale-freak attraverso il duetto suonato alla luce del sole e ripreso con inquadrature dall’alto e dal basso che mettono in comunione il cielo azzurro e la terra polverosa. Quasi come ad esaltare la bellezza del Creato in contrapposizione alla “bruttezza” dell’essere umano (che veste di grigio nero e verde militare) e si atteggia a super-macho (o a pusillanime) ignaro di ciò che sta per avvenire.

Deliverance (che vuol dire sia liberazione che salvataggio) è dunque la rappresentazione funerea della fine della ragione e in tale contesto la vendetta assume il valore simbolico di rappresentazione di una società implosa e collassata, ridotta all’imbarbarimento, che vede nemici ovunque e che non si accorge di essere diventata ormai la controfigura di se stessa. Uomini (e non donne) stanchi, apatici e privi di volontà: fuggono da una catastrofe in atto (come viene vista la costruzione della diga) ma non si assumono mai (perché non le vedono) le responsabilità, non cercano né le cause né le conseguenze (salvo poi viverle sulla propria pelle). I personaggi di Deliverence si muovono in un contesto di assenza dove il nulla poco alla volta divora ogni cosa. Sono persone spaesate, in balia di se stesse e degli eventi che non si riconoscono più in un identità. Non a caso Boorman inserisce splendide immagini naturali senza commento: il rumore dello scrosciare dell’acqua, il canto degli uccelli, il silenzio assordante che esalta la bellezza delle rive del fiume; fungono da necessario contraltare alla menzogna, alla colpa, alle responsabilità (rigettate) del manipolo di uomini in cerca di una “sporca ultima meta”: quella del riconoscimento della propria immagine reale che (non a caso) il fiume non rispecchia mai.

Ultima fermata quindi, quella di un inferno terreno in cui celebrare il funerale di un mondo spietato e crudele, in un film che immagina un’umanità terminale in cui la società è ormai assente e dove la lotta per la sopravvivenza domina il pensiero e l’agire delle persone. L’istinto animale si coniuga al baratto e alla necessità di scambio delle merci – ma i beni che contano non sono né soldi, né gioielli né preziosi ma cose utili: pile, forbici, taniche e coltelli, e anche la vendetta (intesa come reazione) appare superflua e inadeguata.